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Nel 2004 è stato pubblicato dal Mulino uno splendido libriccino dal titolo “Una vita con l’Islam”.
E’ l’autobiografia di Nasr Abu Zayd, lo studioso egiziano di Islamistica che nel 1995 venne accusato di apostasia e al quale fu imposto il divorzio dalla moglie, costringendolo a emigrare in Olanda, dove ora insegna.
Grande conoscitore del Corano, che sa recitare a memoria fino dalla adolescenza, Abu Zayd ha commesso il crimine – per i fondamentalisti non solo metaforico – di rivolgersi all’ermeneutica e all’analisi testuale per la lettura del testo sacro dell’Islam, riprendendo in tal modo la tradizione mutazilita.
Per Abu Zayd il Corano non è la rivelazione di una parola divina al di fuori del tempo e da ogni contesto, ma piuttosto un’inesauribile fonte alla quale attingere.
“Una vita con l’Islam” è uno spaccato sulle vicissitudini dell’Egitto degli ultimi cinquanta anni, viste attraverso gli occhi dell’autore che vive un mondo a noi geograficamente vicino, ma culturalmente del tutto sconosciuto.
Ed è anche la storia di una grande passione intellettuale e dell’amore di Abu Zayd per la sua fede e per il suo paese.
Riporto per intero il post di Christian Rocca del 17 giugno su Terry Schiavo perché merita attenzione il fatto che nessuno è al riparo dallo spirito che anima i linciaggi. Nessuno, soprattutto i benintenzionati quando perdono il lume della ragione.
About a girl
L'autopsia dunque ha stabilito che Terry Schiavo aveva il cervello atrofizzato. I sostenitori della sua uccisione (sì, al mondo ci sono fan sanguinari favorevoli all'esecuzione di una ragazza handicappata. E la cosa increbile è che sono quasi tutti, mi viene da ridere, "di sinistra") dicono: "Avete visto? Avevamo ragione noi". Cioè: era scema, giusto quindi ucciderla. Ma costoro, che poi si stupiscono perché perdono elezioni e referendum, non si rendono conto che il punto non era medico o scientifico o religioso. Il punto era che i genitori di una povera ragazza handicappata non volevano che la loro figlia fosse uccisa innocente, dall'ex compagno e col timbro di un tribunale. Volevano starle accanto. Pagare le spese di tasca propria. E magari anche sperare. Ma davvero ci vuole così tanto a capirlo?
Il punto, che Christian Rocca si ostina a non voler capire, è che Terry Schiavo non era di proprietà dei genitori, o del marito, o di un giudice, o dello stato della Florida. Terry, prima di essere una “povera ragazza handicappata” era un essere umano, e come tale non era la proprietà di nessuno, e nessuno aveva il diritto di decidere per lei. Non il marito, non i genitori e nemmeno i giudici o il governatore. Il loro dovere, il dovere di tutti gli uomini, era quello di prendere atto della sua volontà. E di rispettarla. Per questo ci sono o ci dovrebbero essere i giudici, nella contea di Orlando come a Berlino. Per stabilire – sia pur umanamente – la verità. Assistiamo invece all’arroganza di innumerevoli commentatori che in proprio nome (perché nessuno, di diritto, può parlare in altro nome) pretendono di farsi loro Verità, e di amministrarla a nome di tutti.
E per credere a costoro dovremmo credere a un marito – vigliaccamente trasformato in “ex compagno” - che mente sulla volontà della propria moglie, che si accanisce per anni nella brama di distruggerla, che trama, aiutato da giudici perversi, la fine ultima della persona che ha amato.
Che per farlo si sottopone al pubblico disprezzo, alle infamie, ai sospetti, alle accuse di ogni tipo. Che accetta di sottoporsi a un linciaggio morale che potrebbe portarlo in carcere con l’accusa di aver causato volontariamente il coma di Terry. Che, in un paese dove non pochi medici e infermieri hanno perso la vita per la furia assassina di estremisti pro-life trasformatisi in terroristi, rischia di trovare un fanatico che lo uccida.
Non so se il signor Schiavo sia un pazzo, un santo o semplicemente un imbecille; sono però certo che nessun mascalzone sarebbe così ostinato nel mettere in gioco la propria vita per tanti anni di seguito. Ci piaccia o non ci piaccia, giusta o sbagliata che sia, l’ostinazione del signor Schiavo può trovare ragione solo in un atto di amore. E per questo merita rispetto. Come Terry.
Ma davvero ci vuole così tanto a capirlo?
Un bel post di aa sul blog dei due twins unito a un giorno di riposo inaspettato e alla lettura del libro del Premio Nobel Douglass C. North, “Istituzioni, cambiamento istituzionale, evoluzione dell’economia”, mi hanno dato l’occasione di riflettere sulla visione che dello Stato e delle istituzioni europee hanno, o meglio, dovrebbero avere, per i liberali.
Personalmente concordo appieno con l’impostazione classica, da Locke in poi, del concetto di sovranità, che è stato ben esposto da aa.
Tuttavia resto anche ancorato al concetto schmittiano che la fonte di ogni legittimità giuridica è la capacità di far applicare la legge, per cui, de facto, la riconciliazione fra politica e moralità può avvenire solo a posteriori, nel senso che la moralità è un dovere della politica e non un diritto dei soggetti politici.
Da questo punto di vista il principio istituzionale degli USA è quello che potremmo definire un espediente ottimo, cioè uno strumento efficiente per ancorare il potere a una sovranità effettiva, ma anche autolimitata.
Ciò che invece è avvenuto in Europa, dove il potere ha storicamente radici ben più elitarie che negli Stati Uniti e dove la democrazia si è evoluta più come compromesso che come evento fondatore della nazione, è un processo di unificazione nel quale i grandi burocrati comunitari hanno avuto, e presumibilmente avranno anche in futuro, un fondamentale e insostituibile ruolo di brokeraggio.
Da un punto di vista liberale (e che quindi dovrebbe essere naturalmente liberista in economia) questa situazione non è per nulla soddisfacente: da un lato sono assenti nei vari corpi giuridici nazionali le premesse istituzionali per una difesa effettiva del principio di libertà economica e di non ingerenza da parte dello stato nei diritti individuali, dall’altro senza l’azione di brokeraggio dei burocrati non vi è speranza di costruire un quadro giuridico sufficientemente coerente e capace di mantenere i costi di transazione del mercato comune a un livello sufficientemente basso.
La resistenza alla completa libertà di circolazione dei lavoratori dei nuovi stati membri all’interno dell’unione, le posizioni crescentemente antiturche e la rivolta guidata dai francesi contro la liberalizzazione dei servizi sono tutti esempi in cui gli egoismi nazionali agiscono contro la riduzione dei costi di transazione, e quindi, in ultima analisi, contro la prosperità dei cittadini europei. Queste resistenze, in assenza di un patto costituzionale comune fra i cittadini, non possono essere superate dalle sole classi politiche nazionali, ma richiedono la mediazione di un terzo livello, gli euroburocrati.
Purtroppo questo terzo livello è l’emanazione del secondo e non del primo. E’ cioè il prodotto della necessità delle classi politiche nazionali di superare i contrasti interstatali, non della diretta necessità dei cittadini di accedere a un mercato più ampio e più efficiente. A questo fenomeno dobbiamo la schizofrenia di molti commentatori e di molti analisti.
Se l’attuale europeismo è arrivato al capolinea è perché non è più capace di indicare alle élite politiche la via di un’ulteriore integrazione in cui i vantaggi superino i costi, ma non è detto che sia ancora così quando dal calcolo costi/benefici per le élite si passa a quello per i cittadini.
Ripensare l’Europa in termini liberali non può quindi prescindere dalla necessità di porre di nuovo il mercato al centro dell’attenzione e non può nemmeno eludere il problema di riaffermare come il vincolo fra mercato e libertà personale, sia essa economica o politica, è strettissimo. Però questo potrebbe non essere sufficiente e cercare di capire quali forme dovrebbero prendere istituzioni europee autenticamente liberali sta diventando un compito urgente. Occorre certo partire dal rilancio del mercato e dal ruolo che potrebbe avere la concorrenza fiscale e normativa fra diversi stati, ma temo che occorra anche qualcosa di più.
Per un po' non ci saranno nuovi post, a meno che non trovi un collegamento da dove sarò....
Di solito non amo essere forzatamente polemico, ma non riesco a trattenermi di fronte alla superficialità delle analisi che imperversano sui molteplici blog e sulle varie riviste di ispirazione più o meno neocon, il cui succo è che l'Iran è un paese completamente privo di democrazia ed è più che maturo per un intervento di democracy building.
Eppure la partecipazione di oltre il 60% degli elettori - decisamente elevata per l'altrettanto elevato livello di disaffezione degli iraniani verso la classe politica che li governa – deve renderci cauti nel giudizio: l'Iran non è di certo un paese liberale, e nemmeno è un palese libero, ma classificarlo fra le dittature tout court, in stile sovietico o iracheno, è un grave errore di analisi.
In primo luogo perché le elezioni in Iran sono un fatto acquisito: non solo le presidenziali, ma anche quelle legislative e quelle politiche, e se è vero che i candidati devono essere "autorizzati" e approvati, e resta il fatto che esistono differenti partiti e che lo scontro politico, nei pur pesanti limiti posti dal quadro istituzionale, è vivace.
Semmai - e mi stupisco del fatto che i commentatori non l'abbiano ancora colto - il parallelo più stretto è con il Giappone dell'epoca Meiji. Sul piano formale le analogie sono molte: la Guida Suprema al posto dell'imperatore (con i poteri di entrambi giustificati dal ricorso al divino), il Consiglio dei Guardiani e l'"Expediency council" al posto del Consiglio della Corona, e, al di sotto di essi un parlamento a sovranità limitata.
Tuttavia le analogie diventano impressionanti quando si considera il fatto che si tratta di due paesi dai sentimenti fortemente nazionalisti, in forte crescita demografica, con un sistema politico prodotto da una "rivoluzione" sostenuta da una classe di chierici-amministratori (i samurai da un lato, il clero sciita dall'altro), con degli oppositori incapaci di unirsi e spesso esposti all'accusa di essere i cavalli di troia delle influenze straniere.
E se il Giappone ha saputo evitare di diventare una colonia, nondimeno ci è riuscito solo al prezzo di una completa chiusura nei confronti dell'Occidente, interrotta nel 1868 dal traumatico intervento del Commodoro Perry nel porto di Osaka.
L'Iran dal canto suo ha sofferto a lungo l'ingerenza inglese (al punto che tutt'oggi i sentimenti della parte più anziana della popolazione sono marcatamente antibritannici) e ha vissuto il rovesciamento di Mossadeq nel 1953 come una violazione del proprio diritto all'indipendenza.
Naturalmente, accanto a molte convergenze, si registrano moltissime divergenze, e non potrebbe essere diversamente, visto l'intervallo di ottanta e più anni che separa le due esperienze, e il differente contesto internazionale e culturale nel quale si svolgono.
Tuttavia quelli che in borsa si chiamerebbero "i fondamentali" sono molto simili e probabilmente governeranno l’evoluzione della politica interna iraniana ancora per lungo tempo.
Si prenda per esempio la scelta nucleare, estremamente popolare anche fra i riformisti iraniani, o anche la questione del velo e più in generale quella delle tradizioni islamiche del paese: chiunque abbia viaggiato in Iran davvero ha potuto rendersi conto di come siano integrate nel tessuto sociale e come facciano parte dell’identità culturale iraniana. Anche qui, come nel caso delle tradizioni giapponesi, non possiamo contare sul fatto che siano in via di sparizione.
Possiamo quindi concludere che prese di posizione come quella di Michael Leeden sono fuorvianti, e pericolose se su di esse si baserà la politica USA degli anni a venire. L’Iran non ha bisogno di democracy building, e tantomeno di nation building. Se l’Occidente vorrà aiutare l’Iran e gli iraniani nella transizione verso un sistema politico veramente libero e democratico dovrà agire con fermezza, ma anche con rispetto. Rafsanjani e Ahmadinejad non sono personaggi simpatici o gradevoli, ma, soprattutto il primo, nemmeno i cagnolini di Khamenei. Il sistema politico iraniano non è prossimo al collasso e non bisogna farsi l'illusione che da un futuro presidente debole possa venire la soluzione dei problemi tra l'Iran e l'Occidente.
Per capire meglio ciò di cui parlo dobbiamo rifarci al testo della costituzione.
Il diritto di grazia è regolato da due articoli, l'87 e l'89 (ho sottolineato i capoversi rilevanti). Il primo recita:
"Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.
Può inviare messaggi alle Camere.
Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.
Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo.
Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.
Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.
Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.
Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere.
Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.
Presiede il Consiglio superiore della magistratura.
Può concedere grazia e commutare le pene.
Conferisce le onorificenze della Repubblica."
mentre il contenuto del secondo è:
"Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità.
Gli atti che hanno valore legislativo e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei Ministri."
Il quadro è completo quando consideriamo anche l'articolo 90 che stabilisce:
"Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri."
Il contenuto di questi due articoli è chiaro , o almeno dovrebbe essere tale a tutti, sia nella lettera sia nella logica sottostante.
La lettera arriva a costruire la logica attraverso una serie di passaggi:
"Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale." (art. 87, primo capoverso)
Quindi il sovrano, come stabilisce l'articolo 1 della costituzione, nel nostro ordinamento è il popolo, non il Presidente della Repubblica, che si limita a rappresentare l’unità nazionale. Questo non è un passo da poco: serve a escludere la possibilità che il presidente si eriga a rappresentante del popolo, e a sottrarlo così a tentazioni bonapartiste.
Unito all’undicesimo capoverso (Il Presidente […] può concedere grazia e commutare le pene.) questo elimina alla radice l’argomento che la grazia sia una prerogativa del sovrano. Storicamente è stato così, ma il nostro ordinamento si basa su un principio differente.
Poi l’articolo 89 stabilisce un limite chiaro ai poteri del Presidente della Repubblica: non solo i ministri devono controfirmarne gli atti, ma devono esserne anche proponenti (anche qui con buona pace di chi sostiene – del tutto incostituzionalmente – che la grazia sia una prerogativa autonoma del Presidente) e, se questo non bastasse ancora, i ministri proponenti assumono la responsabilità della propria firma. Altro che “atto dovuto”!
Infine resta il nodo dell’articolo 90, che esenta il Presidente della Repubblica da ogni responsabilità, politica o altra, dei propri atti. Senza un preciso vincolo, che è quello di non poter agire motu proprio, il potere del Presidente diventerebbe incontrollato e senza contrappesi, in una parola, autocratico. La costituzione costruisce intorno al Presidente un preciso meccanismo procedurale per evitare derive autocratiche e per imbrigliare la sua azione in un alveo di correttezza formale e sostanziale.
Ciampi sembra una persona equilibrata e di buon senso, ma ricordiamoci che a qualcuno dei suoi predecessori la carica ha dato un po’ alla testa, con gran danno per tutti. Sofri è un intellettuale importante, una persona che ha dato ampia dimostrazione di grande umanità e dignità. Assieme a Bompressi e a Pietrostefani è la vittima di una serie di procedimenti giudiziari ben poco convincenti, ma per la loro liberazione è meglio seguire altre vie, evitando quella del macello costituzionale.
Uno fra i peggiori argomenti che impazzano fra le tematiche referendarie è quello secondo cui, siccome la ricerca sulle staminali embrionali non ha dato finora grandi risultati in termini di applicazioni, non è sbagliato vietarla.
Gli errori in questo ragionamento sono molti e gravi.
In primo luogo non distingue fra la ricerca pura e le sue applicazioni. Poi, pretende di giustificare la ricerca in base ai suoi risultati pratici. Infine chiede di attribuire alla legge compiti che non le competono, e cioè di intervenire su temi che sono propri della comunità dei ricercatori.
Un conto sono le decisioni esecutive di spesa, come la direttiva di Bush sui fondi federali. Queste possono essere più o meno corrette, ma in fondo non c'è molta differenza rispetto a quando un privato fa una donazione a un ente scientifico, scegliendo così implicitamente a quale disciplina contribuire. Un altro sono le imposizioni legislative che vietano la ricerca in determinate direzioni e quindi ne conculcano la libertà. In questo caso siamo in presenza di un'intromissione dello stato in una materia delicata, nella pretesa collettiva di conoscere a priori ciò che proprio la ricerca ha il compito di scoprire.
Argomenti come questo sono totalitari nella propria essenza, e i liberali farebbero meglio a starne ben lontani.
Ci sono ragioni etiche per votare sì al referendum e i laici non devono aver paura di dirlo. Come per ogni sentimento, bisogna leggerle col cuore e difenderle con la ragione.